Pensiero

ottobre 1, 2009

Abbiamo bisogno di “liberazione”; l´uomo di ogni tempo necessita dell´intervento di qualcuno o di qualcosa che lo liberi. Perché “l´uomo disempre” desidera profondamente la felicità, ma si prostituisce facilmente all´idolo di passaggio. Non che a farla da padrona nelle scelte di vita sia  una sorta di ingenuità, che tutto abbraccia con lo sguardo di chi è incapace di riconoscere il marcio dentro le situazioni che allettano. Piuttosto ci siritrova con le idee un po´ confuse, di chi anela al tutto, ma finisce per  impastarsi con il niente. Stiamo in mezzo a tante persone, ma ci sembra di  scontrarci con fantocci senza volti; gente artefatta, chiusa in se stessa,gelosa nel custodire i propri segreti, attenta a non lasciar trapelare all´esterno le proprie debolezze, i propri limiti, il bisogno dell´uomo diessere compreso, aiutato ed amato. E non solo. Presi da una sorta di paranoia collettiva siamo “sospettosi” nei confronti di chiunque;soprattutto di chi ci si approssima con la sua sofferenza, mendicante  compassione e misericordia. Siamo capaci di provare solo sentimenti che siano palliativi delle nostre ansie ed insoddisfazioni, emozioni ricercate per scacciare la noia, trasporti affettivi utilizzati come efficaci cure antidepressive: come se il gesto gratuito del donarsi fosse una grande perdita di tempo. Abbiamo bisogno di invocare la “liberazione” dall´egoismo, dall´infantilismo, dall´immaturità, dall´incapacità di vivere nella semplicità, nevrotizzati dall´ansia del primeggiare sugli altri.


Caccia al Caccia No F-35

maggio 25, 2009

Cerchiamo di essere liberi, intelligenti e felici…

Caro visitatore che passi da questo bolg semideserto, leggi questo appello.
Le spese militari sono la più grande follia della storia, sono l’assurdo, manifestano le paure dell’uomo e le loro cattiverie.
L’esercito rimane un tabù, intoccabile…perchè la storia ci ha sempre detto che essere critici ed approfondire i concetti di Difesa e Patria sia un reato.
Basta la storia è diversa…o almeno vediamo quello che si può fare.

“la popolazione e non un gruppo elitario (l’esercito) è responsabile della difesa e l’ha dunque in mano” (Pat Patfoort)

Firma l’appello


Dipende da che punto guardi le cose…

aprile 16, 2009

…ma non troppo.

Il terremoto ci ricorda quanto siamo Piccini…l’uomo ci ricorda quanto siamo Stronzi…

Qui sotto due spunti di riflessione…spero.

“Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi
raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo.
So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il
contrario, senza il pudore che la carità richiede.
Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro
dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non
partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da
offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi
vestiti, peraltro ormai passati di moda.
Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori,
alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi
hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte
in sovrimpressione durante gli show della sera.
Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che
in questo momento, da italiano, io possa fare.
Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo
stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di
cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei
momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio
che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da
pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere
come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una
compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.
Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi
coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo.
Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse
ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la
protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni
volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si
rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del
nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che
dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero
farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una
classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma
proprio nulla, che non sia passerella.
C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare
i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi
contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di
“new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo:
“new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in
mente?
Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve
essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come
nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.
Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani,
nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo
momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi,
perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle
della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello
che è successo, perché governate con diverse forme – da generazioni – gli
italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono
per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una
giustizia che non c’è.
Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito
lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani
guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per
compensare cosa?
A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel
terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.
Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico
versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti
come è andata.
Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della
scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.
Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come
prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro:
comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole
crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un
funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante
non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.
Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa,
l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un
albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un
edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di
euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella
palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il
terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la
dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.
Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro
della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non
come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno
sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul
terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho
capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per
quella bestialità che avevano detto.
Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa
succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi.
E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta
e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro,
ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella
che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il
terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.
Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo
volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli
sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei
super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono
le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta
sempre più rabbia.
Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il
mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di
italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa
pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i
giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol
Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di
laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto
pratico.
E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel
frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a
dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno
uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il
diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.”

Giacomo Di Girolamo

Oltre 14 miliardi di euro per il caccia F-35 mentre mancano i soldi per i terremotati

Di Manlio Dinucci, il manifesto 15 aprile 2009

Per i terremotati dell’Abruzzo il governo ha messo a disposizione 100 milioni di euro, ma ce ne vorranno molti di più: solo per le esigenze del ministero dell’interno, si dovranno trovare 130 milioni nei prossimi sei mesi. E, se si vorrà veramente ricostruire, occorreranno stanziamenti ben maggiori. Dove trovare questi fondi, in una fase di crisi come quella attuale, senza dover con ciò tagliare ulteriormente le spese sociali (scuola, sanità, ecc.)? La risposta è più semplice di quanto sembri: basterebbe bloccare l’enorme stanziamento che sta per essere destinato all’acquisizione del caccia statunitense F-35 Lightning II (Joint Strike Fighter) della Lockeed Martin.
La commissione difesa della camera ha già dato parere favorevole all’acquisizione del caccia e quella del senato lo farà entro il 16 aprile. Nel budget 2009 del ministero della difesa è già previsto uno stanziamento di 47 milioni di euro per l’F-35. E’ solo un piccolo anticipo: per partecipare al programma, l’Italia si è impegnata a versare oltre un miliardo di euro. Ma sono ancora spiccioli, di fronte alla spesa che il parlamento sta per approvare: 12,9 miliardi di euro per l’acquisto di 131 caccia, più 605 milioni per le strutture di assemblaggio e manutenzione. Complessivamente, 14,5 miliardi di euro. Saranno pagati a rate di circa un miliardo l’anno tra il 2009 e il 2026. Ma, come avviene per tutti i sistemi d’arma, il caccia verrà a costare più del previsto e, una volta prodotto, dovrà essere ulteriormente ammodernato. E’ quindi certo che l’esborso totale (di denaro pubblico) sarà molto maggiore di quello preventivato. Va inoltre considerato che l’aeronautica sta acquistando 121 caccia Eurofighter Typhoon, il cui costo supera gli 8 miliardi di euro.
La partecipazione dell’Italia al programma del Joint Strike Fighter, ribattezzato F-35 Lightning (fulmine), costituisce un perfetto esempio di politica bipartisan. Il primo memorandum d’intesa è stato firmato al Pentagono, nel 1998, dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi. E nel 2009 è di nuovo un governo presieduto da Berlusconi a deliberare l’acquisto dei 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi nel 2006 (v. il manifesto, 25-10-2006). Si capisce quindi perché, quando il governo ha annunciato l’acquisto di 131 F-35, l’«opposizione» (PD e IdV) non si sia opposta.
L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come partner di secondo livello: ciò significa che contribuisce allo sviluppo e alla costruzione del caccia. Vi sono impegnate oltre 20 industrie, cioè la maggioranza di quelle del complesso militare, tra cui Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Selex Communications, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre non-Finmeccanica, come Aerea e Piaggio. Negli stabilimenti Alenia in Campania e Puglia, e successivamente in quelli piemontesi, verranno prodotte oltre 1.200 ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia destinati ai paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. Dalla catena di montaggio italiana usciranno probabilmente anche i 25 caccia acquistati da Israele, cui se ne potranno aggiungere altri 50. Il governo lo presenta come un grande affare per l’Italia: non dice però che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entrano nelle casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia escono dalle casse pubbliche. Questa attività, secondo il governo, creerà subito 600 posti di lavoro e una «spinta occupazionale» che potrebbe tradursi in 10mila posti di lavoro. Una bella prospettiva quella di puntare, per far crescere l’occupazione, su uno dei più micidiali sistemi d’arma.
L’F-35 è un caccia di quinta generazione, prodotto in tre varianti: a decollo/atterraggio convenzionale, per le portaerei, e a decollo corto/atterraggio verticale. L’Italia ne acquisterà 69 della prima variante e 62 della terza, che saranno usati anche per la portaerei Cavour. I caccia a decollo corto/atterraggio verticale, spiega la Lockheed, sono i più adatti a «essere dispiegati più vicino alla costa o al fronte, accorciando la distanza e il tempo per colpire l’obiettivo». Grazie alla capacità stealth, l’F-35 Lightning «come un fulmine colpirà il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente». Un aereo, dunque, destinato alle guerre di aggressione, a provocare distruzioni peggiori di quelle del terremoto dell’Abruzzo. Ma per le vittime non ci saranno funerali di stato, né telecamere a mostrarli.


Oggi

aprile 12, 2009

Cosa vuol dire essere contro la morte??


a volte ritornano

marzo 22, 2009

Dopo aver cambiato casa e computer….rieccomi…

In questo paese dove non si può NON scegliere da che parte stare…esprimo tutta la mia solidarietà a Don Alessandro Santoro e a tutti coloro che lavorano nella realtà delle Piagge.

da Peacelink

“Rifiutare questo clima di intolleranza sociale”

La comunità delle Piagge riflette sul raid che ha devastato il centro sociale Il Pozzo. “Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, giorno per giorno”. E in una lettera aperta cita don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia: “Noi vi chiediamo di uscire alla luce del sole”
22 marzo 2009

La domenica delle Piagge, dopo il manganello

Il Centro sociale è pieno, come tutte le domeniche quando si trasforma in chiesa e si fermano per un’ ora le attività sociali sul territorio. Alla messa delle 11 Alessandro Santoro, il prete della Comunità delle Piagge, è circondato da chi durante la settimana è impegnato in mille faccende all’interno del quartiere; c’è anche chi ha deciso di perportare di persona la propria solidarietà dopo l’intrusione fascista dell’altra notte. Si leggono i giornali, i messaggi posta di elettronica che arrivano dal resto della città e da tutta Italia e qualcuno storce la bocca notando l’assenza di una qualsiasi parola del vescovo di Firenze, Giuseppe Betori, o di qualsiasi altro prete della diocesi fiorentina.

Per un mondo di pace «Dobbiamo saper chiedere perdono a coloro che, nascosti dietro un manganello, non hanno la forza di mostrarsi alla luce del sole, incapaci di pagare il prezzo di quella vulnerabilità che si manifesterebbe in un istante» – dice Alessandro Santoro durante l’omelia. «Gesù sulla croce era nudo, metteva a disposizione la sua vita per quello che era, senza celarsi dietro alcunché. Allo stesso tempo dobbiamo saper chiedere perdono quando esprimiamo una solidarietà di maniera, incapace di andare oltre e tradurre in azione l’indignazione che proviamo. Dobbiamo saper voltare pagina per davvero e agire nell’interesse di tutti, sfuggendo da quel conformismo al potere che ci coinvolge tutti sempre di più.»

Nelle ultime, convulse, ore la Comunità delle Piagge ha scritto collettivamente un testo per affermare, con forza e pubblicamente, che la sola cosa da fare in questo momento è quella di non rimanere coinvolti in questo folle clima di intolleranza sociale, politica, razziale che purtroppo Firenze e tutto il paese stanno vivendo. Ed è per questo che la Comunità piaggese continuerà a fare semplicemente quello che ha fatto fino ad oggi. Stare dalla parte degli ultimi senza perdere la coscienza della dignità e la speranza in una vita piena e vera. Il documento termina con un invito a coloro che hanno compiuto l’intrusione l’altra notte: «Rispondiamo con le parole di Pino Puglisi, il prete ucciso dalla mafia: “La vostra azione l’avete realizzata di notte, nel buio, senza il coraggio del vostro volto. Noi vi chiediamo di uscire alla luce del sole”.»

Ecco il testo integrale del documento della Comunità delle Piagge

Il Centro sociale Il Pozzo che rappresenta la nostra comunità in quanto luogo di accoglienza e di vita collettiva dove quotidianamente si incrociano le nostre vite e le storie di tante persone del quartiere e della città è stato per l’ennesima volta oggetto di atti di violenza e di ignoranza. Qui ogni giorno, viviamo il tentativo ed il sogno di costruire nuovi percorsi di convivenza e di assunzione di responsabilità, e tante volte diventa vera e propria officina dove si sperimentano inedite modalità di vita a livello relazionale, economico, spirituale, politico e sociale. Nella notte di giovedì, come ormai è noto, alcune persone hanno fatto irruzione nel centro sociale mettendolo a soqquadro, rubando svariati oggetti e lasciando sul pavimento un manganello con scritte fasciste. Crediamo, ed è questo che vogliamo affermare con forza e pubblicamente, che la sola cosa da fare in questo momento sia non lasciarsi coinvolgere in questo folle clima di intolleranza sociale, politica, razziale che purtroppo la nostra città e tutto il paese stanno vivendo, e che in molti sciaguratamente cavalcano per raggiungere obiettivi vantaggiosi per pochi e dannosi per i più.

Per questo motivo ciò che faremo sarà semplicemente quello che abbiamo sempre fatto: lavorare quotidianamente, nelle nostre strade, nel nostro quartiere, in mezzo alla gente, dalla parte degli ultimi, con umiltà e fatica, ma senza perdere la coscienza della dignità della nostra lotta e la speranza in una vita piena e vera. Per questo chiediamo a tutti quanti condividono con noi questo sogno di continuare a operare, ognuno nella propria realtà ma anche tutti insieme, per la costruzione di una società più giusta. Intrecciare i fili dei nostri so! gni e della nostra lotta comune sarà la risposta pi&ugr! ave; efficace alla violenza dell’altra notte. Alle persone che hanno compiuto quel gesto, ci sentiamo di rispondere con le parole di Pino Puglisi, il prete ucciso dalla mafia: «La vostra azione l’avete realizzata di notte, nel buio, senza il coraggio del vostro volto. Noi vi chiediamo di uscire alla luce del sole.»

Comunità di Base delle Piagge Firenze, 21 marzo 2009


Dear Obama

novembre 16, 2008

Lettera aperta al prossimo presidente degli USA Barack Obama

Caro Obama,

ci congratuliamo con Lei e con tutti i cittadini statunitensi per la sua elezione a Presidente. Le  auguriamo di poter dimostrare, concretamente, ciò che Lei stesso ha dichiarato nel suo primo  discorso dopo le elezioni: “la vera forza della nostra nazione non nasce dalle armi o dalle ricchezze, bensì dalla vitalità dei nostri ideali: democrazia, libertà, opportunità e tenace speranza”.

Il 34esimo Presidente degli USA, il generale Dwight Eisenhower, che di guerra se ne intendeva essendo stato il comandante in capo delle forze alleate in Europa durante il secondo conflitto mondiale, disse: Io odio la guerra  come solo un soldato che l’ha vissuta può odiarla, così come uno che ha visto la sua brutalità, futilità, stupidità”, ed anche Ogni cannone costruito, ogni nave da guerra varata, ogni missile sparato, significa, alla fine, un furto verso coloro che hanno fame e devono essere sfamati, verso coloro che hanno freddo e non hanno di che coprirsi. Questo mondo non spende per le armi solo denaro, ma spende il sudore dei suoi operai, il genio dei suoi scienziati, le speranze dei suoi figli. Questo non è un modo di vivere nel vero senso della parola. Sotto le nubi della guerra c’è l’umanità appesa ad una croce di ferro” (16 Aprile 1953). E nel suo discorso di commiato alla nazione dopo due mandati, il 17 gennaio 1961, ammonì la popolazione del suo paese a fare attenzione al complesso militare–industriale che non era affatto interessato alla pace ma che avrebbe tentato, per mantenersi in vita e potenziarsi, di portare il paese nuovamente in guerra.

In questo momento di profonda recessione, ci auguriamo che Lei sia convinto, come lo siamo noi,  del fatto che l’attuale situazione del mondo richiede un cambiamento totale di politica estera con una riduzione fortissima delle attuali spese militari,  e l’incremento invece di quelle a scopi civili. Come ha scritto il Pastore evangelico tedesco Bonhoeffer (fucilato dai nazisti per la sua tenace opposizione al regime) “le armi uccidono anche se non vengono usate”. Infatti i soldi impiegati nella costruzione  di armi, oltre a servire per  uccidere esseri umani e distruggere beni fondamentali,  sono tolti allo sviluppo sociale ed economico, accrescono il divario tra ricchi e poveri, e portano ad una occupazione molto  inferiore a quella che si avrebbe se gli stessi fondi fossero impiegati a scopi civili. Anche il programma da lei meritoriamente annunciato di riconvertire l’intera economia statunitense  dall’attuale dipendenza dalle fonti fossili, rovinose per l’ambiente, alla fonte solare sarà difficilmente realizzabile a causa delle elevatissime spese militari.

Spese che, d’altro canto, non consentiranno di cogliere l’obbiettivo che viene invocato a loro giustificazione, quello cioè di combattere il terrorismo perché, anzi, non faranno che incrementarlo. Il suo paese, pur avendo solo il 5 % della popolazione mondiale, utilizza per le armi e per la guerra  quasi la metà di tutte le spese   mondiali in questo campo. Ed i paesi ricchi  del G8, tra cui il nostro, insieme ai due paesi dell’Asia che stanno seguendo il modello di sviluppo occidentale (India e Cina), pur non raggiungendo tutti insieme nemmeno  la metà della popolazione mondiale,  utilizzano  oltre l’80%  delle spese mondiali di questo settore.    Questo squilibrio di spese militari nei rapporti internazionali, soprattutto quando sono aperti conflitti annosi, come quello tra Israele e Palestina, se  i paesi che spendono meno per gli eserciti e  le armi non vogliono accettare il dominio di quello che è stato definito il “nuovo impero”, e  non scoprono l’efficacia di portare avanti una lotta di tipo nonviolento, fa si che essi  siano stimolati  ad inventare nuove armi, efficaci, ma poco costose, capaci di colpire al cuore l’avversario. E queste  nuove armi  sono i cosiddetti  kamikaze, che fanatizzati, si immolano uccidendo molte persone facenti parte del campo avverso, oppure il collocamento di bombe e di altri strumenti mortali in treni o in altri gangli vitali della società occidentale, come è successo, oltre che in Usa, in Spagna ed in Inghilterra, e come si teme spesso succeda anche in altri paesi, compreso l’Italia. Questo ha portato il livello di insicurezza della vita del singolo cittadino di tutti i paesi del mondo ricco, che pure, per difendersi, hanno la maggior parte e le più potenti armi del mondo, ad un livello mai raggiunto finora. Il mondo ricco risponde aumentando e potenziando le sue armi, ed incrementando perciò lo squilibrio di potenza armata tra sé e gli altri, che, a loro volta, rispondono intensificando le proprie attività di tipo terroristico. E’ un circolo vizioso che va superato.

In particolare la presenza dei militari e delle basi statunitensi in Italia è ingombrante e sempre meno accetta. L’esistenza nel nostro territorio di  basi americane  (Aviano) ed italiane (Ghedi) che contengono  testate nucleari, che sono armi di attacco e non  certo di difesa,  è in totale contrasto con l’art. 11 della nostra Costituzione  che  recita testualmente “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. I nostri movimenti hanno raccolto migliaia di firme di cittadini italiani  per due progetti legge di iniziativa popolare, presentati al Parlamento italiano, per l’eliminazione dal nostro territorio delle testate nucleari e per la chiusura di queste ed altre basi militari. Inoltre la decisione dell’amministrazione Bush (che ha sostenuto una politica militare aggressiva, con la teorizzazione addirittura della “guerra permanente e preventiva”), di raddoppiare la base americana di Vicenza,  sta portando la popolazione di quella città, che in stragrande maggioranza non vuole quella nuova base, a continue agitazioni e proteste che sono state accolte anche dal tribunale amministrativo  della Regione di quella città. Il governo italiano attuale, che ha dimostrato ripetutamente il suo appoggio alla politica aggressiva dell’amministrazione americana uscente, ha ignorato questa sentenza e la volontà espressa dai cittadini di quella città, dando il  via all’inizio dei lavori  di questa seconda base.

Noi siamo amici del popolo americano, e gioiamo per il fatto che tra poco sarà Lei a rappresentarlo. Per questo speriamo che Lei decida di cambiare completamente la politica estera del suo paese. In un convegno da noi organizzato per la prevenzione dei conflitti armati e per la creazione di corpi appositamente preparati a questo scopo (Corpi Civili di Pace) è emerso che   attualmente per la prevenzione dei conflitti armati si spende  1 euro contro i 10.000 euro utilizzati per realizzare le guerre. Se questo squilibrio continua il mondo futuro sarà davvero una guerra permanente. Bisogna rovesciare questo andamento. Le facciamo presente una nostra  proposta per superare la controversia di Vicenza  e per una nuova collaborazione di pace trai nostri due paesi: Creare una struttura dove Usa, Canada ed Europa possano lavorare insieme, alla pari e sul lungo periodo, nel campo della prevenzione e soluzione con mezzi civili dei conflitti che mettono in pericolo la vita di milioni di persone. E questo nel quadro del riconoscimento, da parte dell’Agenda per la Pace dell’Onu, dell’importanza del Peace Keeping Civile. L’Europa, anche grazie ai paesi non allineati e non  facenti parte della Nato, come la Svezia, la Finlandia e l’Austria, ha molto da offrire: il concetto di “potenza civile” su cui basa la sua azione nel sistema internazionale, le singole esperienze  di diplomazia popolare e di quella su più livelli, le nuove politiche di prevenzione dei conflitti nell’Est Europa e nel Caucaso. Anche gli Usa possiedono però un enorme patrimonio storico e di competenze scientifiche sul tema della prevenzione dei conflitti e dell’intervento civile, di mediazione per la soluzione delle crisi: dallo storico accordo di Camp David,  a istituzioni come l’Usip (United States Institute of Peace,),  ai centri di Document/Azione  Martin Luther King e Carter di Atlanta, fino a singoli progetti di ricerca e intervento per una soluzione pacifica ai conflitti (come Preventing Deadly Conflict).  A partire da tutto ciò, il movimento di Vicenza potrebbe invitare un tipo diverso di presenza statunitense ed internazionale: non migliaia di paracadutisti pronti a intervenire militarmente ai quattro angoli del mondo, ma un Centro per la prevenzione e l’intervento civile nei conflitti, dove i Paesi europei, Usa e Canada (paese quest’ultimo molto impegnato in politica estera sul concetto di “sicurezza umana”), e tutti gli altri interessati a sviluppare il Peace Keeping Civile dell’ONU, possano discutere e preparare insieme modalità civili di soluzione delle crisi e di prevenzione di escalation violente, e addestrare corpi civili di pace per interventi non armati. Una struttura civile, a basso impatto ambientale e urbanistico. Vicenza diverrebbe così un nuovo luogo di dialogo e produzione di politiche per la pace e per lavorare in maniera diversa alla sicurezza umana e sociale.

Sappiamo che anche Lei, come noi, nutre rispetto e ammirazione per il mahatma Gandhi e per il dottor Martin Luther King. Nella loro memoria, ci auguriamo che Lei mediti su questa proposta e che  si possa collaborare insieme per realizzarla.

Accetti la nostra stima e i nostri migliori saluti.

Firme (in ordine di adesione): L’Associazione Onlus “Berretti Bianchi”, La Fucina per la Nonviolenza (sezione fiorentina del Movimento Nonviolento), La Comunità per lo Sviluppo Umano ed il  Movimento Umanista di Firenze, l’Associazione Locale Obiezione e Nonviolenza-gruppo azione nonviolenta Forlì-Cesena (alon-gan fc),  l’IPRI-Rete Corpi Civili di Pace, il Movimento Nonviolento, la Tavola della Pace del Friuli Venezia Giulia, il Centro Gandhi Edizioni ed i  Quaderni Satyagraha di Pisa, il Centro Studi Sereno Regis di Torino (altre adesioni stanno arrivando giorno per giorno)……


DIAZ

novembre 13, 2008

Solite chiacchere…l’Italia ancora una volta da prova di cosa è fatta di poteri forti, di clientelismo, di intoccabili…

MI vergogno.

Sentenza Diaz, assolti vertici di polizia

13 condanne. L’aula grida: “Vergogna”

"Vergogna"Un momento del processo

GENOVA – Sono stati assolti i vertici della polizia per i fatti avvenuti il 21 luglio 2001 all’interno della scuola Diaz durante il G8 di Genova. Nessuna condanna, dunque, per Giovanni Luperi, attuale capo del Dipartimento di analisi dell’Aisi (ex Sisde), nel 2001 vice direttore dell’Ucigos e Francesco Gratteri, attuale capo dell’Anticrimine, all’epoca dei fatti direttore dello Sco e Gilberto Calderozzi, oggi a capo dello Sco.

In totale erano 28 i poliziotti sul banco degli imputati, ma il collegio presieduto da Gabrio Barone ha deciso di emettere 13 condanne, esclusivamente nei confronti dei responsabili delle violenze all’interno della scuola. Sono state inflitte condanne per 35 anni e sette mesi, rispetto agli oltre 108 anni chiesti dall’accusa. A scontare la pena, salvo ricorso in appello, sarà solo il comandante del settimo nucleo, Vincenzo Canterini, condannato a 4 anni di cui 3 condonati.

Tre e due anni di carcere sono stati comminati rispettivamente A Pietro Troiani e Michele Burgio, colpevoli di aver portato all’interno dell’edificio due bottiglie incendiarie trovate durante la manifestazione del pomeriggio e di averle attribuite ai manifestanti che dormivano all’interno della scuola. Assolti invece i funzionari di polizia che firmarono il verbale di perquisizione e cioè Gratteri, Luperi e Calderozzi. E insieme a loro Filippo Ferri, Massimiliano Di Bernardini, Fabio Ciccimarra, Nando Dominici, Spartaco Mortola e Carlo Di Sarro. Per ognuno di loro la pubblica accusa aveva chiesto 4 anni e 6 mesi ritenendoli colpevoli di calunnia, falso ideologico e arresto illegale.

Il tribunale ha assolto inoltre per non aver commesso il reato o perché il fatto non sussiste Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi e Davide Di Novi. Per loro la pubblica accusa aveva chiesto 4 anni ritenendoli colpevoli di calunnia, falso ideologico e arresto illegale. Assolti anche da ogni responsabilità Massimo Nocera, Maurizio Panzieri e Salvatore Gava.


Massimo Nocera era accusato di aver Simulato un finto accoltellamento e il pm aveva chiesto per lui 4 anni di carcere.

La totalità delle condanne riguarda i componenti del Settimo nucleo mobile di Roma, del suo capo dell’epoca Vincenzo Canterini condannato a 4 anni e accusato di calunnia, falso ideologico e lesioni, e dai suoi sottoposti Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti e Pietro Stranieri, condannati a 3 anni e accusati di lesioni aggravate in concorso. Il vice di Canterini, Angelo Forniè è invece stato condannato a due anni di reclusione.

Alla lettura della sentenza, dopo 11 ore di camera di consiglio, si è levato il grido ‘vergogna, vergogna!’ dai settori del pubblico presente nell’aula affollata. Presenti anche gli altri magistrati della procura di Genova: tra loro i pm del processo per i fatti di Bolzaneto, Petruzziello e Ranieri Miniati, oltre ad altri quattro che si sono occupati della Diaz. In aula c’era solo un imputato: il capo della squadra mobile di Parma, Alberto Fabbrocini per il quale i pm hanno chiesto l’assoluzione.

Tra il pubblico era presente anche Mark Covell, giornalista inglese di 40 anni presente nella scuola durante l’irruzione e il sindaco di Genova Marta Vincenzi: “Spero che con questa sera si chiuda una ferita che è rimasta aperta per sette anni – aveva detto prima della lettura della sentenza -. E’ importante che sia stata fatta una ricostruzione, quindi è un passo avanti rispetto al passato”. “Rimarrò qui fino alla lettura della sentenza – aveva aggiunto – E’ un riappropriarsi del rapporto tra i cittadini e le istituzioni”.

Ora restano da discutere alcuni processi-satellite. Il primo è quello a carico di Vincenzo Canterini, durante il G8 comandante del VII nucleo sperimentale antisommossa del I reparto mobile di Roma, imputato di lesioni personali aggravate e di violenza privata per aver spruzzato gas urticante contro alcune persone radunate in corso Buenos Aires.

Il secondo riguarda la carica avvenuta in piazza Manin: in questo processo sono imputati 4 poliziotti del reparto mobile di Bologna. Un terzo processo riguarda l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, accusato di aver istigato l’ex questore di Genova a rendere false testimonianze nel corso della deposizione al processo sull’irruzione della Polizia della scuola Diaz. Con lui sono indagati l’ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola e l’ex questore Francesco Colucci. In questo caso l’ udienza preliminare è fissata per il 25 novembre.
Il primo processo ad essere celebrato per i fatti di Genova è stato quello per le violenze di strada che si è concluso il 14 dicembre 2007 con la condanna a pene tra i 5 mesi e gli 11 anni per 24 no global. Il secondo è stato invece quello per le violenze e i soprusi avvenuti nella caserma di Bolzaneto. In questo caso, il 14 luglio 2008 il tribunale ha condannato 15 persone (tra poliziotti e civili) a pene variabili tra 5 mesi e 5 anni.

(13 novembre 2008)